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Chi siamo Le battaglie legali Una causa di lavoro

 

Uno dei fronti sui quali Damanhur si è trovata nella necessità di affermare i propri principi è quello del lavoro. È il caso ad esempio di una causa intentata da una ex damanhuriana, Jan Turvey, affrontata in primo grado presso il Tribunale di Ivrea e in secondo grado presso la Corte d'Appello di Torino.

A Damanhur per una decina d'anni, Jan Turvey aveva lasciato la comunità nel 2007; qualche tempo dopo, ha intentato la causa di lavoro e chiesto una liquidazione complessiva di circa 120.000 euro.

La discussione che è seguita si è concentrata sulla natura del rapporto lavorativo tra l'individuo e la comunità stessa.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, nel novembre 2010, il Giudice affermava che Damanhur “può essere considerata una comunità altamente strutturata, la quale mette a disposizione degli appartenenti una serie di servizi e strutture sociali che permettono di vivere in modo libero e dignitoso”. Tuttavia un normale rapporto di lavoro subordinato, pur se adeguatamente compensato, prevede il versamento del Tfr e, di conseguenza, la Federazione avrebbe dovuto provvedere al pagamento di circa 7.000 euro e della metà delle spese processuali.

La nostra Federazione, nonostante le pretese della ex damanhuriana fossero state riconosciute solo in minima parte dal Tribunale, ha presentato appello, perché siamo sempre stati convinti che la partecipazione ad attività d'interesse generale abbia carattere di volontariato e non abbia nulla a che vedere con il classico rapporto tra dipendente e datore di lavoro. La sentenza di secondo grado ci ha dato ragione.

Il 13 ottobre 2011, infatti, la Corte d'Appello di Torino ha accolto la tesi dei legali della Federazione Damanhur confermando il principio che lavorare nelle attività di servizio di una comunità intenzionale non significa svolgere lavoro subordinato. Chi si occupa di attività che interessano la comunità non è cioè un lavoratore dipendente, anche se il suo tempo è retribuito.

La controparte è stata condannata a rimborsare Damanhur delle spese sostenute nel giudizio di primo grado e in appello.

Le motivazioni della sentenza d’appello convalidano la tesi che la partecipazione a ogni attività comunitaria poggia principalmente sull'adesione a un progetto di vita liberamente scelto e sull’autonoma gestione da parte della persona delle proprie modalità lavorative. Nel motivare la sentenza, i Giudici della Corte d'Appello, dopo un lungo excursus sulle caratteristiche socio-spirituali di Damanhur, ricordano che l’art. 4 della Costituzione damanhuriana afferma: “Il lavoro ha valore spirituale ed è inteso come donazione di sé agli altri. Attraverso di esso ciascuno partecipa al progresso materiale e spirituale della popolazione, svolgendo gli incarichi via via necessari.”

“L'attività lavorativa svolta – commentano inoltre - è dunque stata svolta su base essenzialmente volontaria e senza la concretizzazione di alcuna subordinazione dell'aderente verso la comunità, all'interno e per il progresso della quale è evidente che i singoli aderenti mettano anche (in tutto o in parte) le loro energie e la loro attività al servizio della comunità nel suo insieme”.

Ampliando il discorso da Damanhur a ogni altro tipo di comunità intenzionale, i Giudici aggiungono che “Si abbraccia, in un certo senso (…), una fede (in questo caso una fede nell’uomo), non si stipula un contratto sinallagmatico di lavoro per avere sostentamento e assistenza (…) in cambio di una qualunque attività manuale. (…) Non sono solo le attività strettamente o direttamente connesse con i culti o con i principi della Comunità che possono essere considerate svolte affectionis vel benevolentiae causa, potendo invece essere, qualunque attività, svolta dal membro di una Comunità caratterizzata come quella oggi appellante essere svolta proprio per le ragioni stesse che permettono l’esistere e il progredire della Comunità. (…) Non si può dubitare che siano svolte affectionis vel benevolentiae causa sia l’attività del monaco francescano che si dedica interamente alla preghiera, allo studio dei sacri testi al fine di diffonderli e spiegarli con opera di predicazione e di missionariato, sia l’attività del monaco che si dedica da mattina a sera alla contivazione dell’orto e alle attività di cucina per il completo funzionamento della comunità monacale in cui entrambi sono inseriti.”

Fin dai secoli passati, nelle comunità di vita il lavoro volontario come elemento di partecipazione alla socialità ha sempre contribuito ad elevare la qualità della convivenza, non solo in Occidente - citiamo i cantieri delle grandi cattedrali medievali dove ogni cittadino portava il proprio contributo una volta smessi i panni della sua professione, o i tanti lavori realizzati nei piccoli paesi a opera della popolazione stessa fino all'ultimo dopoguerra, o ancora le esperienze delle comunità religiose - ma anche in Oriente, ad esempio in Giappone, dove addirittura è prevista una quota di tempo mensile pro capite, per partecipare a opere di pubblica utilità.

Nel tempo questo argomento ha suscitato vari commenti, articoli di giornali e scatenato affermazioni spesso inventate di sana pianta al solo scopo di denigrare le comunità intenzionali per estorcere denaro o, magari, per vendere qualche libro in più e accreditarsi come “esperti” di un mondo descritto sempre in maniera negativa.

A Damanhur e nelle altre comunità intenzionali, il lavoro ha valore etico e rappresenta qualcosa di più significativo della sola risorsa economica, perché in una comunità si va per contribuire con la propria esperienza ed entusiasmo, con la consapevolezza di sommare le diverse capacità creative, utilizzandole per il bene comune.

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